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Monache di clausura si raccontano


07-08-2016 - Autore: Paola Russo Condividi

Monache di clausura si raccontano

Un "parlatorio digitale" per ascoltare le voci e le storie di 15 suore di clausura che, sempre dietro una grata, hanno aperto il loro cuore in un dialogo di fede con l'autore. Pasquale Maffeo, poeta e drammaturgo, ha pubblicato per l'editrice Ancora  una raccolta di "Voci dal chiostro", questo il titolo del libro, per raccotare la vita "oltre le grate". Maffeo ha inviato a ciascuna comunità, dalle Carmelitane Scalze di Moncalieri alle Benedettine Adoratrici di Modica, le domande a cui poi ognuna ha risposto, in piena libertà.

Che cosa l’ha spinta ad esplorare la vita “oltre le grate”? Incontri remoti nel tempo. Primo, il ricordo di ciò che accadde a Giorgio La Pira ragazzo. A Messina, andando a consegnare qualcosa per conto dello zio, lungo un muro solitario udì un coro di voci femminili, si fermò in ascolto e rimase incantato dalla soavità del canto. Fu per l’anima come un bacio di Dio. Quando poi di lui scrissi la biografia dovetti leggere, e capire, un intero volume di Lettere alle claustrali. Ulteriori richiami e una visita a un monastero mi hanno persuaso a imbarcarmi nell’impresa.

Qual è la giornata tipo delle claustrali? La giornata delle monache di clausura è conformata allo spirito e alla lettera della regola dell’ordine di appartenenza. La scansione è lineare, semplice, intransigente. Vi sono per tutte tempi di preghiera e di adorazione (anche notturni), tempi di lavoro (manuale intellettuale artistico), pause di riflessione personale, ore di confronto e di riposo. Le ore sono distribuite secondo un criterio di economia divina o della salvezza. E questa, la salvezza, riguarda tutte le creature e il creato.

Qual è il loro rapporto con le nuove tecnologie? La telefonia e l’informatica sono un’adozione sobria e utile, intelligente e necessaria. I monasteri, quasi tutti, possiedono e usano il computer per intercettare e rispondere ad ore stabilite. Se ne incarica di solito una suora, sempre la stessa, che può essere addirittura la badessa. La radio e la stampa cristiane portano notizie, idee, inneschi al commento.

Qual è stata la vocazione che più l’ha colpita? La vocazione al chiostro è chiamata a Dio: cosparsa di avvisi, musiche, epifanie assolutamente personali. Vi è in essa una parte gelosa, non comunicabile, che la monaca tiene segreta. Storie di vocazione ne ho lette parecchie. Più di altre incisiva mi è parsa quella di una donna colta e provveduta di tutto che intorno ai quarant’anni, dopo aver conosciuto l’uomo, dopo aver lavorato e guadagnato denari nel mondo, si lascia prendere da una mano invisibile e condurre in convento.

Non le è sembrato di violare un luogo grondante spiritualità e silenzio? Se solo ne avessi avuto il sospetto, non mi sarei avvicinato neppure a spiare. La clausura è meravigliosamente aperta al mondo, è dentro il mondo, appartiene al mondo nella misura in cui la fede sente e testimonia che il mondo è opera di Dio.

Che cosa le ha insegnato questa esperienza? Anzitutto, un imperativo etico: non emettere opinione o giudizio su realtà che non si conoscono (nel loro interno e nelle loro ragioni). Più che insegnare, il rapporto di intelligenza che ne è scaturito ha dato a me, e spero lo darà ai lettori del libro, una ricchezza che rasserena, spiana la via, benedice la vita.

 

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